mercoledì 16 gennaio 2019

I maltrattamenti subiti dai prigionieri palestinesi detenuti da Israele devono diventare “un caso internazionale” - Fayez Rasheed

Durante una conferenza stampa tenuta alcuni giorni fa presso gli uffici del ministero per la Sicurezza Pubblica nella Gerusalemme occupata, il ministro israeliano Gilad Erdan ha annunciato che imporrà ulteriori misure punitive nei confronti dei prigionieri palestinesi. Tra queste, vi sarà la separazione dei prigionieri di Fatah e di Hamas l’uno dall’altro, smantellando così le fazioni tra i detenuti e abolendo l’indipendenza accordata loro prima che venissero ridistribuiti e mischiati. Ha inoltre deciso di abolire la posizione del portavoce dei prigionieri, vietare di cucinare autonomamente, abbassare l’ammontare di denaro consentito per l’acquisto di cibo e bevande dalla mensa, e cancellare completamente qualsiasi deposito di denaro in contanti dall’Autorità Palestinese a tempo indefinito. Secondo lo Yedioth Ahronoth, Erdan ha dichiarato che deve essere istituito uno stato di deterrenza e antiterrorismo, e ciò deve continuare sia all’interno delle carceri che all’esterno di esse. 
Nelle carceri israeliani stanno soffrendo circa 7.000 detenuti palestinesi, comprese donne, anziani e bambini. Molti di loro sono stati condannati all’ergastolo; alcuni si trovano dietro le sbarre da oltre trent’anni. La battaglia portata avanti dai prigionieri palestinesi si concentra soprattutto sul miglioramento delle difficili situazioni della loro detenzione che hanno lo scopo di ucciderli lentamente, sia fisicamente che psicologicamente. Vengono tenuti in condizioni difficili e di sovraffollamento e devono affrontare la mancanza di alimentazione adeguata e un trattamento medico scadente (o addirittura mancante); non possono accedere ai libri; alla radio non possono ascoltare nient’altro che le notizie israeliane, mentre è vietato guardare la televisione. Inoltre, su di loro vengono testati nuovi medicinali che, assieme alle difficili situazioni di vita, conducono molti prigionieri allo sviluppo di malattie croniche e di disabilità permanenti. 
Le visite familiari vengono spesso bloccate del tutto o annullate casualmente. Quando vengono permesse, le autorità del carcere usano barriere di filo spinato in modo da obbligare i detenuti ed i loro parenti a stare lontani tra di loro di almeno un metro. 
Una delle pratiche israeliane più pericolosa attuata contro i detenuti palestinesi è quella della tortura psicologica derivante dal fatto di essere trattenuti in detenzione amministrativa, senza nessuna accusa o processo. Questa forma di detenzione è rinnovabile e può quindi continuare per molti anni, senza nessuna visita familiare per mesi e mesi. Spesso si verificano malattie mentali croniche. 
Statistiche recenti dimostrano che oltre 1 milione di Palestinesi nei territori occupati sono stati prima o poi detenuti da Israele. Questo significa che, in media, almeno un componente di ogni famiglia palestinese è stato arrestato o incarcerato.
Dal 1967, quando è iniziata l’occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, 218 detenuti palestinesi sono stati uccisi nelle carceri di Israele: 75 a seguito di omicidi premeditati, 7 sono stati uccisi sparando loro, 62 sono morti a causa di negligenza medica e 73 sono stati torturati fino alla morte. 
Le donne che vengono arrestate mentre sono in gravidanza devono far nascere i loro bambini in condizioni molto dure, in una camera dell’ospedale all’interno del carcere, sorvegliate da un’infermiera. Alcune sono state ammanettate al letto mentre partorivano. I bambini restano in carcere con le loro madri. 
Queste sono le condizioni di vita sopportate dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, che somigliano a campi di concentramento sotto molti aspetti. Israele impone la punizione collettiva sui prigionieri, e le autorità detentive hanno utilizzato le guardie di frontiera in innumerevoli occasioni per attaccarli con munizioni vere, lacrimogeni ed altre armi, semplicemente perchè avevano chiesto migliori condizioni di vita. 
E’ strano come Israele non solo si auto-proclami una democrazia, ma anche che il resto del mondo gli creda. La comunità internazionale ha, chi più chi meno, trascurato il problema dei prigionieri palestinesi trattenuti da Israele. 
Tuttavia, nonostante l’oppressione di Israele e le politiche neo-fasciste, i detenuti palestinesi sono riusciti a trasformare le loro celle in luoghi di apprendimento, luoghi che aiutano a sviluppare la consapevolezza politica dei prigionieri e la lealtà verso il proprio popolo e la loro causa nazionale. I detenuti iniziano così a comprendere e a credere nella totale giustizia della loro causa, ed incrementano la loro determinazione per raggiungere l’obiettivo palestinese che è la libertà, la dignità, il ritorno e la creazione di uno stato di Palestina indipendente e sovrano. 
Per di più, in carcere le divisioni politiche tra Palestinesi vengono accantonate poiché i detenuti condividono il desiderio di raggiungere l’unità nazionale tra tutte le organizzazioni palestinesi. Sono uniti anche nel cercare di contrastare i piani israeliani tesi a voler distruggere il loro desiderio. 
Di tanto in tanto, i prigionieri palestinesi ricorrono all’unica arma a loro disposizione ed attuano lo sciopero della fame. Se non fossero solo dei Palestinesi – ma ebrei, ad esempio, od americani – i loro scioperi della fame otterrebbero il supporto di tutto il mondo e probabilmente se ne discuterebbe nei forum internazionali, tra questi il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ma essi sono Palestinesi, e quindi si applicano due pesi e due misure. 
Il problema dei prigionieri palestinesi rinchiusi da Israele deve diventare una causa per qualsiasi Palestinese nel mondo, così come per gli stati arabi e musulmani; la loro causa deve essere portata in primo piano e per essa si deve combattere ai livelli più alti in tutta l’arena internazionale. Noi dobbiamo lottare perchè il trattamento riservato da Israele ai prigionieri palestinesi diventi una causa internazionale di rilevanza fondamentale. Questo è il minimo che possiamo fare per loro.

(Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi
© Agenzia stampa Infopal
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