“Siamo
soli”, ha detto e ripetuto il
subcomandante insurgente Moisés nel caracol della
Realidad, durante la celebrazione del 25° anniversario della sollevazione
zapatista, lo scorso 1° gennaio. “Siamo soli come venticinque anni fa”, ha
enfatizzato. “Siamo usciti (dalla Selva Lacandona, ndr) per
svegliare il popolo del Messico e del mondo ed oggi, venticinque anni dopo,
vediamo che siamo soli…”.
Come si può
vedere, la dirigenza zapatista non si sbaglia di fronte alla nuova congiuntura
segnata dalla vittoria del progressista Andrés Manuel López Obrador. “Se
abbiamo ottenuto qualcosa, è solo grazie al nostro lavoro e se abbiamo
sbagliato, è solo colpa nostra. Ma è solo opera nostra, nessuno ce l’ha detto,
nessuno ce l’ha insegnato, è opera nostra”, ha proseguito Moisés di fronte allo
spiegamento di miliziani e miliziane. Si riferiva ai progetti autonomi che hanno permesso a
centinaia di migliaia di indigeni (raggruppati in più di mille comunità, 34
municipi e cinque regioni) di vivere in un altro modo, dove è il popolo che
comanda ed il governo autonomo ubbidisce.
L’importanza
delle parole di Moisés è duplice: fa una lettura della realtà senza concessioni
per concludere che oggi le forze anti-capitaliste sono minoritarie e
isolate. Siamo isolati in tutto il
mondo e in tutta la regione latinoamericana. Sarebbe disastroso se paventassero
una qualche sorta di trionfalismo, come quei partiti che ripetono sempre che
stanno avanzando, che non subiscono retrocessioni, che tutto va bene, quando la
realtà è il contrario ed è sotto gli occhi di tutti.
La seconda
questione è l’impegno nel resistere. La determinazione zapatista è esente dai calcoli di costi-benefici, si
basa sulle proprie capacità senza cercare scorciatoie elettorali e, forse
questa è la cosa più importante, scommette
sul lungo termine, affinché maturino le condizioni per riprendere
l’iniziativa. Non sono stati forse questi, da sempre, i parametri nei quali si
è mossa la sinistra fino a quando le tentazioni del potere hanno ribaltato i
principi etici per trasformarli in puro possibilismo?
Una nuova destra militante e militarista
La crisi del 2008 è stato uno spartiacque per l’umanità del basso. Quelli di sopra avevano deciso di dare un colpo di timone, con
una profondità simile a quella del 1973, alla fine della rivoluzione del 1968,
quando decisero di mettere fine allo Stato Sociale e di lanciarsi nello
smantellamento delle conquiste della classe lavoratrice. Ora stanno smantellando il sistema
democratico, hanno deciso che non governano più per tutta la popolazione, ma
solo per un 30-40% di essa.
Dobbiamo
comprendere cosa è questa nuova governabilità stile Trump, Duque e Bolsonaro,
che raccoglie adepti tra le élite. Si
governa per l’1%, senza alcun dubbio, ma si integrano gli interessi delle
classi medio alte e di un settore delle classi medie, che rappresentano circa
un terzo della popolazione. Per
arrivare alla metà dell’elettorato, si usano i mezzi di comunicazione di massa
e la paura per la criminalità ed ora anche il timore che i tuoi
figli siano gay o lesbiche o non si limitino ad una sessualità binaria.
Secondo il
giornalista brasiliano Antonio Martins, siamo davanti ad un nuovo scenario. “Quello che permette l’ascesa dell’ultradestra
non è un fenomeno superficiale. La produzione e le relazioni sociali, da
decenni sono in rapida trasformazione. Questo processo si accelererà con
l’avanzamento dell’intelligenza artificiale, la robotica, la genetica e le
nanotecnologie (Outras Palavras, 09.01.2019).
Cambiamenti
che stanno generando tante paure in molte persone che si rivolgono
all’ultradestra per trovare sicurezze. Come disse la ministra della famiglia in
Brasile, ora i bambini torneranno
a vestire di azzurro e le bambine di rosa. Ma c’è un ulteriore
cambiamento relativo al conflitto sociale: “I vecchi programmi di opposizione
al capitale sono diventati inefficaci”, spiega Martins.
“È proprio
l’impulso del capitale per espandersi, per rompere le vecchie regole che
impongono limiti, ciò che dà origine a fenomeni come Bolsonaro. L’aumento continuo e brutale delle
disuguaglianze che in poco tempo raggiungeranno la sfera biologica. La
riduzione di internet a strumento di vigilanza, commercio e controllo. Le
esecuzioni extragiudiziali di migliaia di avversari, per mezzo di droni, e la
distruzione di Stati nazionali come la Libia, perpetrata da “centristi” o
“esponenti di centro sinistra come Barack Obama, Hillary Clinton e François
Hollande”, sostiene il giornalista.
I partiti egemoni della sinistra sono fuori da questi dibattiti. Le reazioni maggioritarie al
genocidio che sta perpetrando il governo di Daniel Ortega lo dimostrano in maniera
lampante. In Brasile, durante la campagna elettorale, Lula e la dirigenza del
PT hanno preferito facilitare la vittoria di Bolsonaro piuttosto che aprirsi ad
una confluenza con il centro-sinistra di Ciro Gomes che era l’unico candidato
capace di sconfiggerlo. Hanno perso ma hanno mantenuto il controllo della
sinistra. Cristina Fernández si muove in funzione di evitare il carcere, per
cui deve essere a capo dell’opposizione a Macri, anche correndo l’enorme
rischio che questo vinca le elezioni di ottobre.
La politica del basso profilo e dell’attaccamento al potere, reale o
illusorio, è la strada peggiore perché favorisce l’ascesa delle destre.
Il periodo peggiore per i movimenti
Ammettiamo la realtà: stiamo male, siamo deboli ed i poteri hanno la meglio
su tutti i terreni, meno che sul terreno dell’etica. Per completare il quadro, non ci sono forze politiche né sociali capaci
di invertire questa situazione nel breve termine. Insomma, non possiamo
sprecare le nostre poche forze in eventi elettorali, per esempio, o
in battaglie immediate.
“Forse”,
sottolinea lo stesso Martins, “varrebbe di più la pena puntare sugli embrioni
di alternativa reale al sistema, che su un’improbabile rigenerazione dei
partiti istituzionali, per affrontare Bolsonaro. Come nel dopo golpe del 1964,
la resistenza fu pianificata nelle basi della società, mentre l’opposizione
istituzionale si arrendeva”. Martins fa riferimento al colpo di Stato militare
del 1964 che spianò le istituzioni e la sinistra. Ma in quei tempi bui si
crearono le condizioni per la nascita – solo dieci anni dopo – del Movimento
dei Sem Terra, del Partito dei Lavoratori e della centrale sindacale CUT.
Questa è la storia di tutta l’America Latina. Diventiamo forti nei tempi
bui di repressione e militarismo, cresciamo ed accumuliamo forze che poi
dissipiamo nel gioco istituzionale. Le comunità ecclesiali di base e l’educazione
popolare sono state alla base di molti movimenti, benché non fossero costituiti
da grandi apparati ma da pratiche contro-egemoniche.
Dagli anni
’80 questa è la nostra realtà: puntiamo tutto sulle elezioni, sulle riforme
costituzionali, su una legislazione che è lettera morta e, nel frattempo,
smantelliamo i nostri poteri di fare che sono l’unica garanzia di fronte agli
oppressori.
In questo passaggio della storia, dobbiamo analizzare diversi aspetti
collegati ai movimenti anti-sistemici.
Il primo è
che i grandi movimenti sono molto
deboli, in particolare i movimenti urbani e contadini. Le politiche sociali dei
governi progressisti e conservatori hanno formato intere nidiate di dirigenti e
militanti che aspirano a infilarsi nell’apparato statale, a negoziare per
ottenere benefici che rendano la vita meno penosa e poi finiscono subordinando
gli interessi collettivi alle agende di sopra.
Il secondo è
che il salasso dei movimenti verso
il terreno istituzionale ed elettorale è stato enormemente dannoso.
Buona parte di quanto costruito negli anni ’90, ed ancora prima, è stato
dilapidato nella dinamica elettorale. Senza dimenticare che alcuni movimenti sono
stati distrutti o indeboliti dai governi progressisti, come nel caso di Ecuador
e Bolivia, ma anche di Argentina e Brasile. In questo modo, i progressismi hanno scavato da soli la
propria fossa, poiché hanno annullato gli attori collettivi che erano stati
alla base della loro crescita politica ed elettorale.
Il terzo è
che possiamo rilevare tre
movimenti in ascesa: donne, popoli originari ed afro. Lì dove questi
movimenti sono relativamente forti (zapatisti e mapuche, favelas e
ghetti di Brasile e Colombia, Ni Una Menos, ecc.) sono cresciuti al di fuori degli ambiti
istituzionali, alimentandosi dei problemi quotidiani delle popolazioni e
settori sociali.
Sopravvivere e crescere nelle intemperie
Nonostante tutte le difficoltà, il futuro dipende da quello che tutte e
tutti noi facciamo, dalle strade che prendiamo, dalla fermezza e dall’integrità
con cui affrontiamo questo periodo buio della storia. “E stiamo dimostrando ancora una volta, dobbiamo farlo, che è possibile fare ciò che si crede
impossibile“, ha detto Moisés.
Vedo due grandi sfide, una teorica o strategica e
un’altra etico-politica.
La prima si
riferisce agli obiettivi e gli strumenti per raggiungerli, passa prima per una
determinata lettura della realtà. Il
compito attuale non può consistere nel prepararsi per prendere il potere.
Vorrebbe dire ripetere la strada che ci porta al fallimento. Abbiamo tre grandi sfide teoriche: lo Stato
come asse dei nostri obiettivi, l’economicismo che ci porta a
pensare che il capitalismo è economia e a credere nel progresso e nella
crescita, gravi errori che provengono dal positivismo.
Rispetto
allo Stato, il tema che attualmente scalda il dibattito, le riflessioni del
dirigente curdo Abdullah Öcalan possono aiutarci a fare un bilancio. La presa
dello Stato – dichiara nel secondo volume del Manifesto della Civiltà
Democratica – finisce per “pervertire il rivoluzionario più fedele”.
Öcalan chiude il ragionamento con un bilancio storico: “Centocinquanta anni di eroica lotta sono stati soffocati e si sono
volatilizzati nel mulinello del potere”. Cosa che non dipende dalla qualità dei
dirigenti, ma da una questione di cultura politica.
La seconda questione è l’etica. Invito i lettori e i militanti a rileggere le Tesi
sulla storia di Walter Benjamin, in particolare l’ottava tesi. Da
questa abbiamo mantenuto le prime due frasi e dimenticato la terza che, a mio
modo di vedere, è la fondamentale. “La
tradizione degli oppressi ci insegna che “lo stato di eccezione” in cui ora
viviamo, in realtà è la regola. Il concetto di storia al quale
arriviamo deve risultare coerente con ciò”. Fino a qui concetti che si sono
trasformati in senso comune per buona parte degli attivisti.
Poi Benjamin
segnala: “Promuovere il vero stato di
eccezione ci apparirà quindi come compito nostro, cosa che migliorerà la nostra
posizione nella lotta contro il fascismo”. Che cosa vuole dire Benjamin con questa frase enigmatica? La
prima cosa da dire è che non conosco riflessioni su questa frase, benché ce ne
siano molte sulle prime due.
A mio modo di vedere, Benjamin ci dice che solo se impariamo a vivere
sotto lo stato di eccezione, esposti alle intemperie, fuori dalle protezioni
statali, otterremo le risorse etiche, organizzative e politiche per affrontare
il nemico. È un invito a rivoluzionare la nostra cultura politica, ad uscire
dagli ombrelli istituzionali. Solo così saremo in condizione di lottare, recuperando, come segnala
nella tesi XII, tanto l’odio come la capacità di sacrificio che abbiamo perso
nel conformismo della vita all’ombra dello Stato.
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Fonte: Desdeabajo
Traduzione:
Annamaria Pontoglio
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